Da oltre trent’anni, il vino è il mio compagno di viaggio e di incontri. Ho imparato che il vino è molto più di una semplice soluzione idroalcolica; è un simbolo di convivialità, un’espressione del territorio che racchiude in sé storia, scienza e arte, un elemento fondamentale della nostra cultura, tradizione ed economia.
Nel corso degli anni, ho capito che il modo in cui parliamo di vino è cruciale. Il linguaggio che utilizziamo ha un impatto significativo sulla sua percezione e sul suo valore. Ho sempre creduto che sia determinante utilizzare un linguaggio che sappia adattarsi ai diversi interlocutori, che informi senza alienare, che formi senza annoiare e che soprattutto valorizzi la conversazione come strumento di connessione e comprensione.
Il linguaggio del vino è spesso legato a terminologie tecniche e descrizioni poetiche, ma ho scoperto che questo può essere un ostacolo. Termini come “terroir”, “varietale” o “note empireumatiche” possono risultare incomprensibili ai consumatori occasionali. Il linguaggio deve essere inclusivo, capace di adattarsi ai diversi livelli di conoscenza e interesse, semplificando senza banalizzare e rendendo accessibili concetti complessi senza perdere il loro significato.
Ho imparato a distinguere tra informare e formare. Informare significa trasmettere conoscenze specifiche in modo chiaro e diretto, rispondendo a domande come: quali sono le caratteristiche di questo vino? qual è il suo abbinamento ideale? quali sono le sue origini e il suo metodo di produzione?. Formare, invece, significa costruire una conoscenza più profonda e duratura, rispondendo a domande come: quali sono i processi che influenzano il gusto di un vino? come si interpretano le caratteristiche organolettiche? qual è il ruolo del terroir e delle tecniche di vinificazione?.
Perché allora è così importante conversare di vino. La conversazione è lo strumento che collega informazione e formazione. A differenza di una semplice descrizione o di una lezione frontale, la conversazione è un processo dinamico e partecipativo, che coinvolge attivamente gli interlocutori. Favorisce l’ascolto e l’empatia, stimola la curiosità e crea connessioni.
Ho imparato che il linguaggio del vino deve essere flessibile, adattabile ai diversi interlocutori e contesti.
Per i consumatori occasionali, utilizzo un linguaggio semplice e diretto, con un focus sulle caratteristiche principali del vino, raccontando storie che rendano il prodotto più interessante e memorabile e incoraggiando a descrivere le proprie sensazioni.
Per gli appassionati, introduco gradualmente concetti più complessi, utilizzo degustazioni guidate per stimolare la loro curiosità e capacità di osservazione e creo momenti di confronto tra vini diversi, per sviluppare una comprensione più articolata delle varietà e degli stili.
Per i tecnici del settore, utilizzo un linguaggio tecnico preciso, promuovo l’aggiornamento continuo e favorisco il dialogo tra professionisti per stimolare nuove idee e approcci.
Negli anni, ho visto come un linguaggio più inclusivo e coinvolgente possa avvicinare nuovi consumatori, aumentare il valore percepito del vino e promuovere la cultura del vino.
Il vino è un prodotto straordinariamente ricco e complesso, che merita un linguaggio altrettanto ricco e versatile. Credo che ripensare il linguaggio del vino, basato su informazione, formazione e conversazione, possa trasformare il modo in cui parliamo, pensiamo e viviamo il vino. Solo così potremo garantire che il vino continui a essere un’esperienza condivisa e significativa, capace di emozionare.